Rizoma
Contro un sistema che isola e schiaccia, la resistenza cresce sotto terra: connessione, cura, sopravvivenza
A cura di Vanessa Bellucci
Quest’anno sono passati 81 gli anni dalla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista.
Il 25 aprile 1945, il futuro presidente della repubblica, Sandro Pertini, proclamava da Milano, in trasmissione radio: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.”
Sembrano anni tanto lontani, notiamo un nome sconosciuto a molte e leggiamo parole che se pronunciate oggi contro i nostri politici in carica ovunque nel mondo, poiché totalmente legittime, provocano ilarità fra i molti.
Sapevo chi fosse Pertini, dai libri di scuola e dalle letture che ho fatto negli anni, sulla resistenza, ma rileggendo al volo la sua storia, sono rimasta sbigottita da come siamo passate da persone che hanno combattuto mettendo in gioco la loro libertà e la propria vita contro il fascismo a questo:
in foto esemplare fermo allo stadio di sviluppo di Homo Erectus, non sapiens come ben sappiamo, atto a trasmettere la sua energia alla terra molisana distrutta dalle frane.
Semplicemente di fronte a questa idilliaca immagine, di un politico che si pronuncia dalla parte del popolo, che sbandiera ideologie nazionaliste, non faccio fatica a riadattare la frase pronunciata da Pertini ai giorni nostri.
Il campo politico attuale è OCCUPATO da persone disinteressate alle persone più marginalizzate della società, prediligono investimenti in sanità privata, tagliano fondi all’istruzione pubblica, diffondono proclami di propaganda nazionalista, senza realmente creare valore per le persone, che sia l’inclusione sociale, alla creazione di posti di lavoro. Sono corrotti, indagati e cavalcano l’onda del sentimento nazionale incolpando l’Europa, persone immigrate, persone queer della sparizione dei soldi italiani, dei posti di lavoro e della cultura italiana, della scomparsa della “famiglia tradizionale” e della mancanza di sufficienti nascite.
E ancora Pertini dice “sciopero generale… per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case…”. Ci basta aprire i social per ricevere l’ultimo bollettino di guerra su quante bombe sono state sganciate in Libano, in Iraq, in Palestina… guardare un notiziario e vedere l’ultima catastrofe climatica avvenuta in Italia o qualsiasi altra parte del mondo. La speculazione edilizia, la deforestazione, allevamenti intensivi. Siamo noi cittadini, animali umani e noi che viviamo queste terre questi luoghi che mettiamo la nostra sorte in mano a uomini ricchi e interessati solo al potere alla supremazia sua altri uomini (quando uso il maschile, come in questo caso, è intenzionale). Stringono accordi economici e politici che ci portano a divisioni sociali interne, povertà, morte, distruzione.
In ogni ambito della nostra vita, c’è ovunque un sottomondo, qualcuno che cerca di far uscire la verità da quelle piccole crepe che il capitalismo cerca di richiudere con colate di mediocrità, disinformazione, parole vuote e spostamento del focus.
Se lɜ attivistɜ climaticɜ, quellɜ per la Palestina, lɜ pericolosɜ antifascistɜ sono statɜ capaci di far creare ai governi leggi ad hoc per reprimere il dissenso, vuol dire che c’è un fuoco che brucia, che se dovesse incontrare il vento del cambiamento, diventerebbe un incendio.
Ma adesso mi fermo con questa narrazione politica. Smetto di parlare di quello che ogni giorno vivo, di quello mi fa stare all’erta, sentire combattiva.
Questo 25 aprile non ero in piazza. Per la prima volta, dopo tanti anni, ho scelto di non esserci. Ho scelto il silenzio, la distanza. Ho scelto di disconnettermi dal rumore del mondo per riconnettermi a qualcosa di più fragile e più vero.
Quelle parole che ho gridato negli ultimi anni, questi argomenti di discussioni accese intrattenute con tante persone, ho deciso di tenerle da parte per una volta.
Sono partita con il mio gruppo di libroterapia per una meta di montagna. Alcune persone nemmeno le conoscevo. In quei tre giorni di pratiche mindfulness e condivisione, abbiamo attraversato qualcosa che va oltre la conoscenza: abbiamo attraversato noi stesse. Abbiamo portato alla luce storie che hanno segnato le nostre vite, dolori che spesso restano chiusi in quella parte di noi che lasciamo sempre chiusa, teniamo per noi perché sembra troppo parlarne.
Io, lì, mi sono sentita libera. Libera di parlare senza misurare ogni parola. Libera di essere fragile senza temere che qualcuno usasse quella fragilità come arma. Libera di abbassare le difese, sapendo che nessuno stava aspettando il momento per colpire. Non ho marciato, non ho gridato, non ho parlato di politica. Ho “solo” vissuto le mie giornate come non facevo da tanto, senza l’obbligo di rimettere la sveglia per alzarmi per dover fare qualcosa di giusto, che rendesse me utile a questo mondo e fossi io necessaria a qualcuno.
Nel gruppo c’era una storia che meritasse più spazio, non c’era un dolore più legittimo di un altro. Era un luogo aperto, dove ognuna poteva entrare con ciò che aveva: ferite, domande, silenzi. E nessuna ascoltava per giudicare, per dire cosa avrebbe fatto al posto tuo, per correggere la tua vita e spiegarti cosa avresti dovuto fare.
Tornando a casa e lasciando sedimentare l’esperienza vissuta, mi sono resa conto che forse è proprio qui che la politica, quella più profonda, torna a farsi sentire. Non (solo) nei cortei, negli slogan, ma in quel filo invisibile che ci lega. In quella rete che costruiamo quando ci riconosciamo vulnerabili, quando ci sosteniamo senza giudizio, quando capiamo che nessuna può salvarsi da sola. “Io ti sento, ti vedo”, in un mondo che premia la competizione, l’isolamento, la forza esibita, ritrovarsi vicine (davvero vicine) diventa un atto di resistenza.
È così che possiamo affrontare un sistema che vuole dividerci: intrecciando le nostre storie, creando spazi dove la cura è possibile, dove la fragilità non è una colpa ma un ponte. È stata la mia Festa della Liberazione più autentica.
C’è una canzone che mi frulla in testa, sempre, stesso ritmo, costante, parole piene di contenuto e forza. È Rizoma dei Queen of Saba (qui, Queen of Sabstack). Riporto qui una piccola parte del testo.
Sono uno, ma non sono solo E la mia casa è il mondo E la mia forza è proprio che Sono uno, ma non sono solo
Scava, scava, la talpa Scava sotto terra, testa calda Scappa la talpa dalla tana, lontana lei cerca casa Scava, la talpa, vaga sola soletta, terra cava Sbatte la talpa con la capa pelata su un corpo duro Chissà se è un muro, la bocca di un buco oscuro Che paura, ma sei sicuro? Dimmi chi sei tu, eh Io sono un bulbo, ma se vuoi tu mi puoi chiamare rizoma Sono della zona, ma vivo dovunque allo stesso tempo Nella terra mi oriento, il mio solo obiettivo è il collegamento Con i bulbi compagni, facciamo rete come tela dei ragni
Un rizoma non ha un inizio e non ha una fine. Non cresce verso l’alto per farsi vedere, ma si allarga sotto la terra, in silenzio, in tutte le direzioni che può immaginare. Non ha una gerarchia. Così siamo noi. Così sono le persone che ogni giorno affrontano sistemi che schiacciano, che isolano, che chiedono di essere forti anche quando la forza è finita. Ognuna con la propria storia, il proprio dolore, la propria voce (eppure tutte collegate da un filo sottilissimo che non si vede finché non ci si apre, finché non si condivide, finché non si lascia che qualcun altro entri senza giudicare). Quando ci fermiamo, quando riflettiamo sul nostro posto nel mondo e su ciò che produciamo, allora quel filo diventa visibile. E ci accorgiamo che molte delle nostre fatiche non nascono da noi, ma da strutture che ci attraversano e ci modellano. Che ciò che viviamo non è un fallimento personale, ma l’effetto di un sistema che spesso ci vuole separate, performanti, mute.
Il rizoma ci insegna che la forza è nella connessione. Che la resistenza non è un gesto solitario, ma un movimento sotterraneo, collettivo, fatto di scambi, di ascolto, di cura. Che la lotta è una sola, anche quando sembra frammentata in mille direzioni diverse, perché nasce dalla stessa radice: il desiderio di vivere in un mondo che non ci consumi, che non ci divida, che non ci chieda di essere altro da ciò che siamo.
E allora capisco che ciò che abbiamo fatto in quei tre giorni (condividere, aprirci, sostenerci) non era solo un esercizio di benessere. Era politica nel senso più originario e più umano: costruire legami. Intrecciare radici. Rendere visibile la rete che ci tiene in vita.
PS: un rizoma ha bisogno di altri bulbi.
Se stai cercando un posto dove portare le tue radici, il 24 maggio siamo ad Arcella Bella, a Padova.
Beyond Species, Beyond Gender nasce dalla stessa convinzione che attraversa queste parole: che la cura sia politica, che la resistenza non sia mai un gesto solitario.
Una giornata di talk, cabaret queer, giocoleria e poesia. Ingresso libero, spazio accessibile in sedia a rotelle, interprete LIS presente.
Tutto il programma su beyondspeciesbeyondgender.it



